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| BORGIA A. I.
H., Op. cit., pag. 21; La Città di Napoli tra
Vedutismo e Cartografia, Piante e Vedute dal XV al XIX
secolo a cura di GIULIO PANE e VLADIMIRO VALERIO. Grimaldi
e C. editori, Napoli, 1988. V. in particolare, alle
pagg. 148-149, la tavola di B. Stopendaal, Amsterdam
1653, Napoli. Collez. Grimaldi. |
| Il tema è
stato trattato ampiamente nell’XI Convegno Tradizionalista
della Fedelissima Città di Gaeta il 15 e 16 febbraio
2003. I relativi Atti sono in SILVIO VITALE, PAOLO PASTORI,
NICOLA DEL CORNO, ALDO SERVIDIO, GIUSEPPE CATENACCI,
Le Due Sicilie nella Restaurazione, Controcorrente,
Napoli, 2004. |
| Di Castro e
del relativo ducato vale la pena di spender qualche
parola. La città, situata nella vallata del torrente
Olpeta al confine tra il Lazio e la Toscana, fu tra
il ‘500 e il ‘600 feudo dei duchi di Parma,
ma,oggetto di aspre contese e guerre con lo stato pontificio,
fu alla fine rasa al suolo per ordine di papa Innocenzo
X. I Farnese continuarono a rivendicarne la titolarità
e da essi i sovrani delle Due Sicilie |
| In Collezione
delle Leggi e Decreti reali, Anno 1816, n. 76, n. 565 |
| In Collezione
delle Leggi e Decreti reali, Anno 1817, n. 81, n. 594 |
| SILVIO VITALE,
I controrivoluzionari. In La Rivoluzione italiana. Storia
critica del Risorgimento a cura di MASSIMO VIGLIONE,
Ed. Il Minotauro, Roma, 2001, pagg. 195 e segg. |
| Il disegno
originale si trova riprodotto in Archivio di Stato di
Napoli, Archivio Borbone, Inventario sommario, Vol.
I, Roma, 1961, Tavola 1. |
| Va osservato
che, a parte i Collari presenti alla base dello Stemma,
vanno annoverati, tra gli Ordini cavallereschi delle
Due Sicilie, anche il Real Ordine Militare di San Giorgio
della Riunione, recante il motto IN HOC SIGNO VINCES
(= con questo segno vincerai), creato nel 1819 da Ferdinando
I per celebrare la riunione dei domini posti al di qua
e al di là del Faro e premiare unicamente il
valore militare, e il Real Ordine di Francesco I, recante
il motto DE REGE OPTIME MERITO (= Da parte del Re al
merito in grado superlativo), creato da Francesco I
nel 1829 per ricompensare il merito civile dei sudditi
distintisi nell’esercizio di funzioni pubbliche
e attività produttive. V. Gli Ordini Cavallereschi
della Real Casa delle Due Sicilie, Roma, Segreteria
della Real Casa, 2004. |
| Con l’unificazione
nazionale la furia iconoclasta del nuovo regime si abbatté
su tutto quanto costituisse testimonianza dei Borbone,
ivi naturalmente compresi i loro stemmi, che furono
scalpellati e divelti dagli edifici pubblici. Solo nella
seconda metà del secolo scorso, ad iniziativa
di sovrintendenti, sindaci e privati cittadini, si è
recuperato e messo in onore qualche reperto dell’antica
dinastia. Nel 1980, nell’ambito di una rivalutazione
complessiva del periodo borbonico (V. RAFFAELLO CAUSA,
Applausi per i Borbone del Settecento. Ne Le Stagioni
della Campania, SEN, Napoli, 1983), si procedette anche
al restauro del più antico teatro del mondo,
il San Carlo di Napoli, costruito nel 1737, 41 anni
prima della Scala (V. FRANCESCO CANESSA, Gli Splendori
del San Carlo. Ne Le Stagioni della Campania, SEN, Napoli,
1984). Sul maestoso arco scenico comparvero allora,
nell’emblema che si trova al centro, alcune crepe
al dipinto della Croce dei Savoia Al di sotto fu intravisto
intatto lo stemma borbonico. La sovrintendenza decise
di riportare completamente in luce l’antico stemma,
che ora trionfa al centro dell’arco. I restauratori
non si accorsero però che lo stemma era circondato
dal Collare della Santissima Annunziata, famosa onorificenza
savoiarda che lasciarono intatta. Quel collare, del
tutto estraneo alle Due Sicilie, per una negligenza
forse involontaria, sembra simboleggiare il cappio che,
con la forzata unificazione, fu messo al collo di un
popolo sopraffatto. |
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Le origini
dello stemma delle Due Sicilie |
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Ferdinando IV, poi I
Nel 1759 Carlo, chiamato al trono di Spagna, abdicò
in favore del figlio terzogenito Ferdinando, che
prese il titolo di IV di Napoli e III di Sicilia.
Con Ferdinando IV, altra variazione nello stemma:
tornano in esso gli scudi d’Angiò e
di Gerusalemme. In proposito, citando quanto rileva
il già citato Luigi Borgia, va ricordato
che “Da quando, nei primi anni del Cinquecento,
il reame di Napoli perdette l’indipendenza,
il suo territorio cominciò a essere araldicamente
indicato con le antiche insegne angioine”.
Queste insegne furono abitualmente inserite con
tale significato nelle Vedute della città
di Napoli, a partire dall’epoca di Filippo
IV fino a quella di Carlo VI , accanto allo stemma
dinastico e a quello cittadino .
Lo scudo di Gerusalemme, d’altro canto, non
era stato del tutto dismesso. Quindi il ritorno
nello stemma degli scudi angioini può ritenersi
naturale.
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Con Carlo di Borbone e
Ferdinando IV era stata mantenuta, come
era avvenuto durante la secolare storia
delle Due Sicilie, la distinzione tra Regno
di Napoli e Regno di Sicilia. Di ciò
è testimonianza anche nello stemma
che, se ovviamente è il medesimo
per i due regni, presenta caratteristiche
diverse nell’ornato: circondato da
cornici barocche o foglie di palma per Napoli,
sorretto da una grande Aquila coronata per
la Sicilia.
Nel 1798-1799 e tra il 1806 e il 1815 il
Regno di Napoli fu prima teatro dell’invasione
franco-giacobina poi dell’occupazione
francese ed ebbe simboli ed emblemi rivoluzionari.
Ferdinando IV, rifugiatosi in Sicilia, conservò
quelli patri.
al lato: lo stemma
di Ferdinando IV |
Dopo
il Congresso di Vienna (1814 – 1815)
Ferdinando IV recuperò per intero la
sua autorità col titolo di Ferdinando
I. Egli infatti, secondo i deliberati di quel
Congresso, avrebbe dovuto essere il primo
del “Regno” delle Due Sicile e
non delle Due Sicilie. La Restaurazione segnò
una sostanziale sterzata autoritaria e centralistica
.
al lato: lo stemma
di Ferdinando IV per la Sicilia |
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Con la Legge fondamentale del Regno delle Due Sicilie
dell’8 dicembre 1816, Ferdinando I dichiarò:
“Il Congresso di Vienna nell’atto solenne
a cui deve l’Europa il ristabilimento della
giustizia e della pace, confermando la legittimità
de’ diritti della nostra corona, ha riconosciuto
Noi ed i nostri eredi e successori re del Regno
delle Due Sicile; Ratificato un tale atto da tutte
le Potenze, volendo Noi, per quanto ci riguarda,
mandarlo pienamente ad effetto, abbiamo determinato
di ordinare e costituire per legge stabile e perpetua
de’ nostri Stati le disposizioni seguenti:
Art.1. Tutti i nostri reali dominj al di qua e al
di là del Faro costituiscono il Regno delle
Due Sicilie. Art.2. Il titolo che Noi assumiamo
fin dal momento della pubblicazione della presente
legge, è il seguente: FERDINANDO I, PER LA
GRAZIA DI DIO RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE, DI
GERUSALEMME EC. INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PARMA,
PIACENZA, CASTRO ,
EC. EC. GRAN PRINCIPE EREDITARIO DI TOSCANA EC.
EC. EC. EC.
La legge proseguiva disciplinando l’intestazione
degli atti, le rappresentanze diplomatiche, la successione
al trono secondo le leggi promulgate da Carlo III
e la costituzione di una Cancelleria generale del
Regno .
Col successivo Atto sovrano del 4 gennaio 1817 disciplinante
i titoli relativi ai componenti la famiglia reale,
il Re trovò modo di ribadire il suo pensiero
richiamandosi con dubbia pertinenza all’esempio
del fondatore della monarchia Ruggero e affermando
che “l’ordine ristabilito” aveva
mosso l’animo suo a “ricomporla in un
unico Stato, onde l’unione delle forze e l’uniformità
di governo” avessero potuto produrre “la
felicità vicendevole di tutte le parti”
.
La riduzione ad unità e più in generale
la politica della Restaurazione furono accolte favorevolmente
dai ceti che avevano aderito e si erano arricchiti
nel regime dei Napoleonidi, fu subita senza entusiasmo
dalla generalità dei sudditi e con disappunto
dai siciliani, mentre gli intellettuali legittimisti
manifestarono in vario modo la loro contrarietà
.
Con decreto del 21 dicembre 1816 provvide alla definizione
dello Stemma che sopravvive fino ai nostri giorni
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È quello che abbiamo
visto comporsi a mano a mano dai primi scudi
angioini e aragonesi.
Ad esso si aggregano di seguito gli scudi
dei Re Cattolici, quelli imperiali e reali
di Casa d’Austria, lo scudo borbonico
di Filippo V, infine quello di Carlo di
Borbone che reca affiancati gli scudi dei
Farnese e dei Medici. Alla base il Toson
d’Oro.
Ma Carlo di Borbone vi ha aggiunti gli Ordini
dello Spirito Santo di cui è insignito
e il Costantiniano di cui è Gran
Maestro nonché quello di S. Gennaro
da lui istituito.
al lato: lo Stemma
della Real Casa di Borbone delle due Sicilie
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Ferdinando IV, nel riordinare lo stemma ne aggiunge
un quinto, quello della Concezione, istituito dal
padre fin dal 1771 in Spagna con il motto VIRTUTI
ET MERITO (= Alla virtù e al merito), e un
altro di propria invenzione, l’Ordine di San
Ferdinando e del Merito, istituito anch’esso
in epoca anteriore, nel 1800, col motto FIDEI ET
MERITO (= Alla fedeltà e al merito) per premiare
coloro che si fossero distinti per straordinari
meriti militari o servigi in favore del Re o della
Real Famiglia .
Conclusione
Concludendo possiamo affermare che l’immagine
è testimonianza di una storia non provinciale,
ma europea, mediterranea e ultraoceanica, legata
dapprima, con gli Svevi ai destini dell’impero
e di Gerusalemme, con gli Angiò ancora alle
vicende di Gerusalemme e dell’Ungheria, poi,
con gli Aragonesi, a quelle della Catalogna; con
i Re Cattolici alla Riconquista, con Carlo V e Filippo
II alla dura lotta in difesa del Cattolicesimo contro
i musulmani e, in tutti i campi d’Europa e
d’America, contro i protestanti. Questa storia,
con gli ultimi Borbone, è la vicenda di un
regno indipendente, pacifico e civile, che, pur
tra mille insidie e tradimenti, prende il suo posto
di lotta contro la sovversione generale e si schiera
a difesa, soffocato però da un’Europa
che ha smarrito, tra rivoluzioni e tirannidi, ogni
regola di diritto delle genti. Anche col suo Stemma
sulla candida bandiera trasmette un’idea di
incontaminata dignità . |
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