Real Casa di Borbone delle Due Sicilie Storia e Documenti
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Lughi Borbonici

 
 
Il Palazzo Reale di Napoli.

La riforma generale di Ferdinando II

Una generale ristrutturazione della reggia avvenne, come sempre, sotto il Regno di Ferdinando II Riprendiamo le notizie da Il Palazzo Reale di Napoli negli anni di Ferdinando II. La riforma generale, le tappezzerie, a cura di N. D’ARBITRIO-L. ZIVIELLO, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendenza per i Beni Ambientali a Architettonici di Napoli e Provincia, Palazzo Reale – Napoli, (con il contributo delle LL.AA.RR. il Duca e la Duchessa di Calabria e del S.M.O. Costantiniano di San Giorgio), Edisa, Napoli 1999, pp. 9 e sgg. .

Fin dai primi anni furono ideati vari progetti; poi nel 1836 il Maggiordomo Maggiore Principe di Bisignano, con un Real Rescritto, ordinò un censimento generale del Real Palazzo, al fine di «por mano ai lavori prossimi», previsti per l’anno successivo. «In tal modo, almeno sul piano formale, iniziava uno tra i più complessi interventi di architettura intrapresi dai Borbone, che si concluderà in maniera quasi emblematica poco prima della morte di Ferdinando II» Ivi, p. 10..
L’intera operazione di riforma generale fu denominata “Riduzione”, e non a caso: «si trattava di fatti di ricostruire un’identità architettonica, procedendo per eliminazione, mediante una poderosa opera di demolizioni nella frastagliata cortina edilizia, che serrata, si estendeva dal lato S. Ferdinando e S. Carlo, laddove il Palazzo Vecchio dei viceré, costituiva una dissonante presenza (…)


Giardini

La politica di Ferdinando II tese a centralizzare i vari poteri dello stato all’interno della Reggia, intendeva recuperare in tal modo, un modello di architettura rappresentativa, immersa in maniera organica nel tessuto urbano, visibile e riconoscibile nella sua funzione» Ivi, p. 11..



Palazzo reale in occasione della permanenza a Napoli di Papa Pio IX (1849) - L. Fergola

L’opera era veramente enorme, in quanto si trattava di lacerare la disordinata edilizia stratificatasi nel tempo, che aveva provocato la sopravvivenza di disparate attività all’interno delle mura del palazzo e perfino l’insediamento di nuclei familiari che si tramandavano il diritto di residenza.
Ma l’aspetto che finì per imporsi fu senz’altro l’esigenza di sottomettere la “Riforma Generale” alle innovazioni – che si stavano gradatamente affermando anche a Napoli – della prima Rivoluzione Industriale.

«Lo sviluppo tecnologico, non poteva non interessare i lavori di “Riforma” del Palazzo, poiché esso si innestava in una visione globale di una Reggia, che fosse non solo rappresentativa, ma che fosse pure espressione dei suoi tempi, con un’apertura verso le nuove tecnologie, ritenute indispensabili per sopperire alle carenze dei sistemi artigianali, che immutati erano sopravvissuti fino agli inizi del secolo» Ivi, p. 12..

Così fu programmato un radicale ammodernamento degli impianti e dei servizi, secondo i criteri di efficienza tipici della nascente industrializzazione: furono introdotti l’illuminazione a gas, avanzati sistemi di distribuzione dell’acqua corrente, la macchina a vapore per i servizi idraulici, una nuova rete di scarico e fognature, lamiere nervate di zinco in sostituzione delle tegole, prodotti avanzati delle fonderie impiegati per la costruzione del Ponte del Belvedere e per i sostegni degli impianti illuminanti, composti plastici impermeabili per i giunti critici, vetri e specchi con vernici protettive, ecc.

Giardino Pensile del Belvedere con "Gran tavolo ellittico",
Andrea di Lucca

Il tutto avvenne sotto il costante controllo del Re, che creò apposite commissioni lungo tutto il ventennio della realizzazione della “Riforma”. Ferdinando II scelse come architetto - al posto di Antonio Niccolini, il preferito di Ferdinando I e Francesco I - Gaetano Genovese, il quale «studiò e progettò un rifacimento della Reggia sopra un piano grandioso comodissimo e bello, che presentò alla Maestà del Re» C.N. SASSO, Storia de’ Monumenti di Napoli, cit. in ivi, p. 15., che poi sostanzialmente recuperava l’idea del Fontana, e che rispondeva alla visione conservatrice del Re.


" La Scala Grande"

Da ricordare poi è anche che nella seconda metà degli anni Quaranta, resi ormai agibili gli appartamenti reali, vi fu la “riduzione” a giardino inglese - «sinuoso e penetrante così come la tendenza della cultura romantica suggeriva» Il Palazzo Reale di Napoli negli anni di Ferdinando II, cit., p. 53. - del maneggio grande, con la direttiva del “giardiniere botanico” Federico Dehnhardt e l’assistenza del botanico Gussone, cui faceva da contrappunto il giardino pensile neoclassico della Loggia del Belvedere, che, sospeso nel vuoto, si affacciava sull’incantevole scenario del Golfo.
Da ricordare infine sono la meravigliosa “Scala Grande” con la Grande Lamia di copertura, gli arredi e i preziosissimi tappeti (prodotti in parte in Belgio in parte a San Leucio).
Uno di questi tappeti è stato recentemente restaurato per iniziativa delle LL.AA.RR. i Principi Carlo e Camilla di Borbone delle Due Sicilie, Duca e Duchessa di Calabria.

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