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Scoppio della polveriera
di Gaeta |
In
tal sede, ci si limita a riportare le
seguenti commoventi parole di Roberto
Martucci, che descrive il tragico clima
in cui avvenne l'assedio e specie gli
ultimi giorni, e soprattutto descrive
lo stato d'animo di chi stava perdendo
- tra la fame e la pestilenza - ma sapendo
di essere vittima incolpevole di un'aggressione
da nessuno desiderata ed eroico difensore
non di un Regno, ma di una civiltà
plurisecolare, e di chi stava vincendo
fra le risa, ma era un riso di amaro sapore:
«Il 5 febbraio
1861, un proiettile centrò la polveriera
Sant'Antonio, provocando circa cento morti
e seppellendo, sotto le macerie, centinaia
di soldati vivi. "Il nemico - scrisse
Pietro Calà d'Ulloa - faceva un
sacrificio di vittime umane agli dei degli
inferi; un'ultima esplosione lanciò
in aria per poi precipitarli in mare soldati
e ufficiali; gli assedianti, a Mola, batterono
le mani come a uno spettacolo"
. |
Dopo
una breve tregua per estrarre i feriti dalle
rovine, Cialdini rifiutò una proroga
che avrebbe consentito di soccorrere le altre
vittime ancora vive; il generale sardo volle
quindi riprendere il bombardamento, offrendo
al tempo stesso una resa senza condizioni alla
stremata guarnigione napoletana. Di fronte alla
inutilità di un'ulteriore resistenza,
Francesco II autorizzò il governatore
di Gaeta - che era quello stesso generale Giosué
Ritucci che aveva diretto la sfortunata controffensiva
sul Volturno - a trattare la capitolazione.
Era l'11 febbraio e per due giorni si protrassero
i colloqui senza che il generale Cialdini cessasse
di rovesciare sulla sventurata fortezza una
valanga di fuoco; ne aveva anzi approfittato
per far entrare in azione altre due micidiali
batterie di cannoni a canna rigata. Visto che
la resa era sicura, quell'ulteriore dispiegamento
di artiglieria d'assedio era mortalmente inutile.
A meno che non ci si trovasse di fronte a quella
sindrome magistralmente descritta dal romanziere
francese Jules Verne in Dalla terra alla luna,
quando gli affranti ingegneri e periti balistici,
soci del "Gun club" di Baltimora,
appresero con dolore ineguagliato che la fine
della Guerra di Secessione impediva di sperimentare
l'efficacia dei proiettili dei loro cannoni
sulla carne confederata. Fu così che
a Gaeta, alle tre del pomeriggio del 13 febbraio,
mentre i parlamentari napoletani e sardi stavano
discutendo gli ultimi dettagli della capitolazione,
saltò in aria la polveriera della batteria
Transilvania con le sue diciotto tonnellate
di esplosivi. Immediatamente, le batterie d'assedio
piemontesi concentrarono il fuoco sulle macerie
per impedire i soccorsi, mitragliando i barellieri.
Morirono inutilmente due ufficiali, cinquanta
soldati e l'intera famiglia del guardiano del
bastione. I plenipotenziari borbonici, che stavano
trattando la resa nel Quartier Generale di Cialdini,
trattennero a stento le lacrime mentre i loro
ospiti applaudivano fragorosamente contravvenendo
simultaneamente alle regole dell'ospitalità
e alle leggi non scritte dell'onore militare»
.

La battaglia del 1° Ottobre sul Volturno
(Francesco Mancini) |
Cialdini,
non ancora soddisfatto, volle anche riuscire
sarcastico per umiliare chi aveva avuto
il coraggio di resistergli con dignità,
e si offrì di fornire con generosità
alla coppia sovrana una nave per andare
a Roma: ne scelse una che fece ribattezzare
"Garibaldi"!
Fra le lacrime dei soldati e degli ufficiali
inginocchiati e della popolazione, mentre
stringevano le mani a tutti, senza distinzione,
fra le lacrime e i sorrisi, Francesco
II e Maria Sofia salparono per Roma. |
«Francesco
di Borbone aveva in quel momento 25 anni, Maria
Sofia solo 19, eppure nella sventura seppero
dar prova di forza d'animo e dignità
che sovrani ben più anziani e temprati
di loro non avrebbero posseduto».
Commenta Sergio Romano: «Se
questi furono i nuovi battaglioni dell'Italia
unitaria, la nuova classe dirigente avrebbe
dovuto rendere rispettoso omaggio, nel momento
in cui assumeva la direzione del nuovo Stato,
agli ostinati difensori borbonici di Messina,
Civitella del Tronto, Gaeta, e avrebbe dovuto
aggiungerne i nomi al "ruolo degli eroi"
di cui venerare la memoria. Come gli svizzeri
alle Tuileries nel 1792 quegli uomini si batterono
perché avevano giurato fedeltà
al loro re e non meritavano l'oblio a cui li
ha condannati la leggenda risorgimentale» .

I Reali lasciano il porto di Gaeta a bordo
della Mouette |
I
Reali lasciarono il porto di Gaeta al
suono della marcia reale di Paisiello
con 21 salve di cannone, mentre tutto
un popolo piangeva e salutava. Il Regno
delle Due Sicilie aveva così cessato di
esistere, lasciando attoniti e senza patria
milioni di contadini meridionali, mentre
buona parte dei notabili cittadini si
apprestava a chiedere un'adeguata collocazione
nel nuovo organigramma politico e amministrativo
dell'Italia unita, e già metteva da parte
i pochi soldi con cui di lì a poco si
sarebbe impossessata delle terre degli
aristocratici fedeli e della Chiesa, per
poi trarre a rovina economica milioni
di contadini che più non conobbero cosa
fossero pietà e umanità, e per i quali
unica salvezza rimase l'emigrazione. |
Ma
non è questa la sede per parlare dei
mali piombati sul Meridione d'Italia dopo il
1861, per i quali esiste un noto ed a tutt'oggi
irrisolto concetto esplicativo che grava come
una spada di Damocle sulla storia nazionale
unitaria: "questione meridionale".
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